Capitolo primo – Il grande freddo – by Elisa
Erano le 14 e 15. Il cielo di Mosca presagiva neve, ancora neve e freddo a condire l’interminabile inverno.
Barboni e passeggeri si affollavano nelle fumose sale di aspetto della stazione. Il Baikal attendeva sul binario quattro. Un lungo mostro di metallo attorno al quale si affacendavano delle formiche in uniforme blu, con nuvole di fiato che uscivano dalle loro bocche sfuggite dal riparo delle pesanti sciarpe. Il treno era diretto a Pechino, con fermate a Listvianka in Siberia, a Ulaan Bator in Mongolia ed infine nella capitale della Cina. Un lungo sonnolento viaggio di una settimana. Molto popolare tra i turisti in cerca di nuove esperienze e paesaggi, soprattutto in estate.
Una ragazza dalla pelle dorata e dai lunghi capelli neri sostava in un angolo della sala d’aspetto principale. Sembrava voler inglobarsi nel muro scrostato per nascondersi dai tentacoli del freddo pungente. Era fuori posto, un sole latino in un mare di ghiaccio. Una bellezza mozzafiato che si guardava intorno con la speranza forse che qualcuno, come per miracolo, riportasse il calore in quella terra. Poi comparve un guizzo nei suoi occhi bruni, si raddrizzò di scatto e si mosse lentamente con il suo corpo sinuoso verso una coppia di giovani distratti appena entrati. Uno era moro, pallido ed estremamente serio, l’altro al contrario, era biondo e sorridente. Si percepiva una complicità tra i due che andava al di là della semplice amicizia. Entrambi indossavano un lungo cappotto grigio antracite con una spilla dorata a forma di libro aperto appuntata al petto.
“Scusate…salve sono Gabriella e ho visto che portate anche voi il simbolo…così ho pensato che doveste essere nella lista degli invitati…”
“Ah, salve!” risposero i due in coro “Sì, certo…lui è Narciso” rispose allegro il ragazzone biondo indicando il suo compagno “ E io sono Boccadoro, piacere di conoscerla..”
“ Dall’accento suppongo che lei venga dal Portogallo o dal Brasile, giusto?”
“Sì giusto” sorrise Gabriella “Da un piccolo borgo in Brasile per l’esattezza…e là decisamente è più caldo! Voi siete tedeschi se non sbaglio…”
“Ha un buon orecchio vedo! Ma a proposito, lei sa per caso chi ci ha invitat….” Boccadoro non riuscì a terminare la frase. Un tornado di borse e valigie li investì. Si scorgevano solo due impossibili tacchi a spillo all’ultima moda e si udiva un chiacchericcio veloce in inglese dallo spiccato accento londinese. “Oh my God! Oh my God! I’m sorry” I tre non avevano ancora finito di riprendersi che il tornado si era già presentato e aveva cominciato a tempestarli di domande. Il suo nome era Sophie Kinsella, una scrittrice di romanzi rosa, malata di shopping. Narciso la squadrò freddamente con i suoi occhi color pece. Contò almeno una decina tra valigie e borse. Chi doveva vestire? Un esercito? O aveva forse intenzione di trasferirsi definitivamente in Siberia?
“Dio mio! Come si fa a mandare un invito così tra capo e collo…non ho avuto nemmeno il tempo di organizzarmi! Mi sarò sicuramente dimenticata qualcosa…oh shit! Ecco, lo sapevo. I miei stivali di Prada! Adesso come farò se danno un party di lusso sul treno? Shit, shit, shit” Sophie sembrava veramente disperata. Gabriella cercava di calmarla, anche se non capiva bene dove fosse il problema. Lei aveva portato solo un piccolo zainetto di stoffa colorato regalatole dal marito e non aveva mai sentito parlare di feste di lusso su un treno russo in inverno…ma non si poteva mai dire. Lei non era sicuramente una donna di mondo quindi come faceva ad esserne sicura?
“A che ora parte il treno? Magari faccio in tempo a tornare in centro e comprare un equivalente…”
“Il treno parte tra 20 minuti esatti” La risposta veniva da una stridente voce maschile alle loro spalle. Si voltarono e non videro nessuno.
“Sono qui, più in basso” disse imbarazzato il piccoletto dalla barba bianca. Non era più alto di un metro e cinquanta e aveva un’aria da saputello.
“Piacere” disse tendendo una mano agli astanti “Io sono Ettore, Ettore Mo e credetemi, di treni me ne intendo parecchio….Il Baikal partirà esattamente tra 20 minuti, ha una potenza di cavalli superiore alla media dei treni russi e attr….”
“Che coincidenza! Ettore! Cosa ci fai qui anche tu?”
“Marco? Marco Aime? Dio mio, ma è un’eternità che non ci vediamo! Com’è andato il tuo ultimo libro? Com’era il titolo? Viaggi che fanno senso?”
“Sensi di Viaggio…in realtà…”
“Aspetta un attimo che ti presento il resto del gruppo: Narciso, Boccadoro, Gabriella…non male eh? Ed infine Sophie, se non sbaglio…”
Gli altri avevano assistito a questo incontro tra il nanetto barbuto e il gigante, barbuto pure lui, non capendo assolutamente nulla di ciò che si dicevano perché parlavano in italiano.
Un breve giro di presentazioni e Ettore prese di nuovo in mano la situazione convincendo il gruppo che era giunto il tempo di uscire dal riparo della sala d’attesa e dirigersi verso questo mitico treno russo dalla storia intrigante, che nessuno dei presenti, notò Ettore Mo con disappunto, era interessato a conoscere..nemmeno il suo compatriota viaggiatore Marco. Questi era un tipo timido, sulle sue e raramente dava confidenza.
Il binario 4 era deserto, se non si contavano le assistenti infreddolite sulla porta di ogni scompartimento. I sei si dirissero verso l’ultima carrozza riservata a loro e salirono sul treno.
Appoggiato allo scorrimano dello stretto corridoio, con una sigaretta spenta alla bocca, stava un uomo di quarant’anni circa. Indossava una giacca con un macabro disegno sulla manica: uno scheletro danzante davanti ad una bara aperta. Decisamente di cattivo gusto, pensò subito Sophie, dimenticando per un attimo i suoi bellissimi stivali rimasti a Londra.
L’uomo non disse nulla. Voltò semplicemente il ghigno dall’espressione torva verso quel gruppo improbabile e disparato fissandoli con aria truce.
I sei rimasero in silenzio, intimiditi dalla sua presenza. Solo Gabriella, con il suo raggiante sorriso si fece avanti e si presentò. Si chiamava Jeffery Deaver. Era americano e scriveva romanzi thriller. Sophie Kinsella ne aveva sentito parlare e riferì ai curiosi che doveva essere un caro amico di Stephen King.
Deaver li lasciò passare, osservandoli ad uno ad uno attentamente. Poi, sempre senza dire una parola, scese dal treno e si accese la sigaretta.
I passeggeri si sistemarono negli scompartimenti a due a due. Solo Sophie chiese gentilmente di stare da sola perché altrimenti non avrebbe saputo proprio dove sistemare i suoi bagagli. Chiese addirittura a Boccadoro e Narciso se poteva lasciare una valigia sotto il loro letto.
Gabriella entrò in uno scompartimento dalle tende tirate e vide sparsi sul tavolino, dei libri sulle torture, con disegni racapriccianti sulle copertine e un volume intitolato “Mille e più modi per uccidere senza lasciare tracce. Le memorie di un serial killer”. Capì che quello doveva essere il posto di Deaver e uscì in fretta. Trovò un altro scompartimento vuoto e vi si infilò.
Con un sospiro si gettò sul divanetto. Era stanca e infreddolita. Le mancava il sole della sua terra e suo marito. Cosa ci faceva lì, dopotutto? Da chi era venuto l’invito pressante e inderogabile che aveva ricevuto? E perché? Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto da un sommesso “Salve, posso accomodarmi anche io?” che proveniva da una ragazza bionda, esile e pallida.
“Certo, entra pure. Mi chiamo Gabriella e tu?” “Ciao, sono Veronika. Vengo dalla ex Jugoslavia, ho tendenze suicide e adoro masturbarmi di fronte alla gente”
“Ah…ok…bene, buon per te” rispose interdetta la brasiliana, chiedendosi se non fosse stato meglio fermarsi nella cabina di Deaver dopo tutto. Anche Veronika indossava la spilla a forma di libro e Gabriella cercò invano di intavolare una discussione, per sapere se magari la biondina aveva quanche indizio in più, ma lei fissava ebete il finestrino con occhi depressi.
Mancavano ormai solo pochi minuti alla partenza. Deaver gettò il mozzicone per terra e lo spense con il tacco dei suoi stivali da cowboy. Esalò l’ultima boccata di fumo e si prestò a salire quando un dito gli battè sulla spalla. Si girò veloce e sprezzante trovandosi di fronte ad una domanda in bianco e nero su di un foglio all’altezza del viso: “Mi scusi. E’ questa la carrozza per gli invitati del libro d’oro?”. Il pezzo di carta apparteneva ad un americano dalla faccia buffa e dagli occhi tristi.
“Salve, mi chiamo Garp e mia madre Barbara mi ha tagliato la lingua qualche anno fa per solidarietà con il suo gruppo di femministe” scrisse veloce lo strano tipo. Deaver fece un cenno con la testa e disse solo: “Deaver”.
Poi voltò i tacchi e salì a bordo lasciando Garp un poco interdetto sul binario. Montò anche lui. Inutile stare a prendere del freddo, inoltre l’altoparlante stava annunciando la chiusura delle porte. Non molto socievole questo Deaver. Pensò. Speriamo di non finire in cabina con lui. Invece, purtroppo per Garp e con grande disappunto dello Scheletro che balla (come amava definirsi Deaver), l’unico posto rimasto era proprio con il lugubre personaggio.
Il fischio del treno, uno scossone e il cigolio delle rotaie: stavano partendo, con la testa piena di mille interrogativi, verso la tundra siberiana, direzione Pechino.